lunedì 5 novembre 2007

Il Mezzogiorno e i Fondi dell'Unione Europea


1. La politica di Coesione

La politica Europea di Coesione fornisce un fondamentale contributo alla ripresa della competitività e della produttività dei Paesi membri. In particolare nel Mezzogiorno d’Italia contribuisce alla riduzione della persistente sottoutilizzazione delle risorse, attraverso il miglioramento dei servizi e delle competenze, con l’introduzione di una maggiore concorrenza nei mercati, nonché di incentivi appropriati per favorire l’innovazione pubblica e privata.

Per raggiungere questi risultati nei prossimi anni, la politica regionale, dovrà trarre lezioni dall’esperienza realizzata nel ciclo di programmazione 2000 – 2006 e perseguire le priorità strategiche che dovranno essere stabilite.

In questo dossier cercheremo di comprendere quali sono stati i risultati della politica di coesione nel Mezzogiorno ed in particolare nella Regione Campania, provando a dare qualche suggerimento per evitare di commettere gli errori commessi in passato.

Abbiamo fatto un grosso sforzo per utilizzare un linguaggio quanto più possibile semplice e accessibile anche a chi non è un esperto della materia, la quale è però complessa e di non immediata comprensibilità. Abbiamo volutamente marcato e talvolta ripetuto dei concetti proprio per farli assorbire anche al lettore più distratto.

Vogliamo subito ricordare che nel 2006 si è concluso il ciclo di programmazione 2000 - 2006, conosciuto anche come Agenda 2000. Ad esso segue la nuova fase di programmazione della politica regionale dell’Unione Europea per il periodo 2007-2013.

Il nostro discorso partirà riferendosi alla politica di coesione europea nella sua complessità, soffermandosi poi sull’utilizzazione che si è fatta dei fondi comunitari del ciclo di programma 2000 - 2006, in particolare per quanto riguarda la Regione Campania. Anticipando le conclusioni, andremo sostanzialmente a vedere quanto segue:

1. la Regione Campania non ha utilizzato tutti i fondi messi a disposizione dalla Unione Europea perdendo così numerosi milioni di euro, a causa di una errata programmazione e pianificazione ed in particolare della mancanza di una vision politica e progettuale di sviluppo a lungo termine;

2. la Regione Campania pur utilizzando e spendendo i fondi, non li ha valorizzati, in quanto il grosso della spesa è andato in progetti fini a se stessi, che non hanno portato lo sviluppo che è alla base della filosofia dell’azione politica dell’UE;

3 la crescita economica della Regione Campania dal 2000 ad oggi è stata praticamente pari a zero, nonostante che l’importo dei fondi messi a disposizione sia stato enorme. La nostra regione è ancora una locomotiva a vapore, mentre in altre zone d’Europa (anche quelle che hanno beneficiato dell’allargamento) sono già all’alta velocità.

Procediamo con ordine e andiamo quindi a vedere che cos’è la politica di coesione.

2. La situazione ed il quadro di riferimento

La politica di Coesione europea si fonda sul principio cardine della sussidiarietà, in base al quale l’Unione ha una competenza concorrente, ovvero condivisa con gli Stati membri, in materia di politica sociale, di ricerca e sviluppo tecnologico e ambientale.

La politica di Coesione economica e sociale nasce l’1 luglio 1987, giorno in cui entra in vigore l’Atto Unico Europeo, con l’esigenza di rispondere alla necessità di rilanciare lo sviluppo delle zone economicamente più deboli e per fronteggiare i problemi di natura strutturale presenti in larga parte dei territori dell’Unione.

Il termine «strutturale» viene usato in quanto definisce gli strumenti con cui concretamente vengono sviluppate le politiche regionali: i Fondi Strutturali, cioè le risorse stanziate dal bilancio dell’UE per finanziare, assieme al Fondo di Coesione (in Paesi membri in cui le condizioni economiche ne consentono l’utilizzo), la politica regionale.

Per ritardo di natura strutturale ci si riferisce a quei problemi connessi all’incapacità di adeguamento delle strutture locali ai mutamenti del contesto economico e sociale comunitario. La politica di Coesione si pone, dunque, come obiettivo prioritario il superamento di tali ritardi tramite strumenti solidaristici, con funzione non solo redistributiva ma anche allocativa.

In effetti, la politica regionale è lo strumento attraverso cui l’UE traduce le sue priorità politiche in risultati concreti ed è infatti caratterizzata da una serie di elementi che ne contraddistinguono il valore aggiunto:

1. il co-finanziamento (cioè il fatto che le risorse dell’UE si sommano a quelle nazionali), che contribuisce allo sviluppo di partenariati pubblico-privati e aiuta gli investimenti anche in periodi di maggiore austerità economica;

2. il carattere pluriennale della programmazione, che rende possibile la pianificazione a lungo termine altrimenti difficilmente realizzabile a livello nazionale;

3. l’effetto governance, che implica lo sviluppo, da un lato, della capacità di iniziativa e di responsabilità a tutti i livelli di governo e degli attori economici e sociali, dall’altro di una nuova prassi di governance basata sul partenariato, sulla condivisione degli obiettivi e dell’allocazione finanziaria;

4. l’effetto a catena sulle altre politiche europee e cioè lo stimolo alle politiche dell’occupazione, dello sviluppo rurale, delle reti transeuropee, della società dell’informazione, degli appalti pubblici, dello sviluppo sostenibile, contribuendo al miglior coordinamento e alla realizzazione degli obiettivi della competitività e dell’occupazione.


3. La suddivisione dei fondi 2007 - 2013

Come si è già accennato, nel 2006 si è concluso il ciclo di programmazione 2000 - 2006. Ad esso segue la nuova fase di programmazione della politica regionale dell’Unione per il periodo 2007 - 2013. Nel contempo, fino a tutto il 2008 sarà possibile continuare a spendere le risorse della programmazione 2000 - 2006, che, per effetto della clausola chiamata dell’“n+2”, che regola il disimpegno automatico di spesa, decadranno al termine dei due anni successivi agli ultimi stanziamenti.


Gli accordi raggiunti il 4 aprile 2006 tra il Parlamento Europeo, il Consiglio Europeo e la Commissione della UE sulle prospettive finanziarie dell’Unione Europea per il periodo 2007 - 2013, hanno portato alla ripartizione delle risorse della politica di Coesione come segue: la quota più importante, il 78%, verrà destinata come nella precedente programmazione, alle regioni Obiettivo 1, il 18% all’Obiettivo 2 ed il restante 4% sarà destinato alla cooperazione transfrontaliera delle regioni Obiettivo 3.




4. I nuovi Obiettivi 2007 - 2013

Obiettivo 1: Convergenza. Faranno parte di questo obiettivo le Regioni il cui PIL risulti inferiore al 75% del PIL europeo. Mantenendo questa soglia e prendendo in considerazione nuove aree con un livello di sviluppo inferiore rispetto a quelle dell’Europa a 15 si verificherà l’uscita statistica di alcune delle attuali Regioni Obiettivo 1 dai finanziamenti di Bruxelles. Saranno complessivamente 20 le Regioni escluse (nel caso dell’Italia, la Basilicata e Sardegna): per queste Regioni è previsto il regime di sostegno transitorio (phasing out per quelle che escono dall’Obiettivo Convergenza per motivi statistici: è il caso della Basilicata, e phasing in nell’Obiettivo Competitività per quelle che escono per una crescita del PIL). Tra le Regioni che non saranno più eleggibili alcune hanno effettivamente raggiunto un livello di sviluppo che comunque le avrebbe fatte uscire dal parametro del 75%: è il caso della Sardegna, ma altre risulteranno estromesse dai finanziamenti di Bruxelles semplicemente per ragioni statistiche, come nel caso della Basilicata;

Obiettivo 2: Competitività regionale e occupazione. Secondo il nuovo impianto della politica di coesione, in questo gruppo verranno ricomprese tutte le regioni escluse dall’obiettivo Convergenza, accorpando sia le politiche di riconversione industriale (il vecchio Obiettivo 2), sia quelle di riqualificazione delle risorse umane (il precedente Obiettivo 3);

Obiettivo 3: Cooperazione territoriale europea. In questo gruppo verranno ricomprese le aree eleggibili per programmi di cooperazione transfrontaliera e transregionale, riallacciandosi all’esperienza, fatta di luci ed ombre, del programma di iniziativa comunitaria Interreg, a cui va aggiunto un ulteriore strumento dedicato alla politica di prossimità, cioè per la cooperazione con i Paesi del Sud del Mediterraneo e quelli dell’area balcanica.

I Fondi della Coesione che spetteranno all’Italia, per il periodo 2007 – 2013, ammontano ad un totale di 25,624 miliardi di Euro e sono ripartiti come segue:

• 19,255 miliardi di Euro per l’Obiettivo 1 “Convergenza”;
• 5,641 miliardi di Euro per l’Obiettivo 2 “Competitività Regionale e Occupazione”.

Nell’ambito dell’Obiettivo “Convergenza”, 18,867 miliardi di euro spetteranno a Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, mentre 0,388 miliardi di euro toccheranno alla Basilicata. Per la Competitività la Sardegna conquista 0,879 miliardi di euro mentre 4,762 miliardi di Euro andranno a tutte le altre Regioni.

Sul totale del bilancio comunitario, la politica di coesione rappresenta circa il 35%, mentre il 40% è dedicato alla politica agricola comune e il 10% è dedicato alla ricerca e competitività. Il restante 15% va a finanziare le spese necessarie al funzionamento degli Organismi ed alle altre politiche (per esempio la cooperazione allo sviluppo).

L’Obiettivo 1 interessa quindi le aree del Mezzogiorno d’Italia ed è lo strumento più importante per la promozione della crescita economica, in quanto aumenta la competitività di lungo periodo attraverso l’accesso pieno e libero al lavoro, la tutela del patrimonio ambientale e le politiche per le pari opportunità.

5. Il Quadro Comunitario di Sostegno (QCS) Obiettivo 1 nel periodo 2000 - 2006

La Ragioneria Generale dello Stato ha pubblicato il 31 agosto del 2007 un monitoraggio degli interventi effettuati nell’ambito del Quadro Comunitario di Sostegno (QCS) per l’ Obiettivo 1, relativo al periodo 2000 – 2006, da poco concluso.

VivaCampaniaViva ha studiato i contenuti della relazione, traendone alcune importanti conclusioni.

È innanzitutto necessario illustrare come avvengono i finanziamenti: il Quadro Comunitario di Sostegno (QCS) Obiettivo 1 ha definito le strategie e i budget per gli interventi, condivisi tra Autorità nazionali e Commissione Europea, indicando il quadro di massima entro cui collocare i Programmi Operativi.

I contributi che il QCS assegna sono suddivisi in 7 Assi Prioritari: Risorse Naturali, Risorse Culturali, Risorse Umane, Sistemi locali di sviluppo, Città, Reti e nodi di servizio, Assistenza tecnica per un totale, nel periodo 2000 – 2006, di circa 46 miliardi di euro.

Ognuno degli assi prioritari si estrinseca in 5 aspetti fondamentali: analisi dei bisogni e delle priorità, strategia, quantificazione degli obiettivi specifici, linee di intervento e criteri e indirizzi per l’attuazione.

Il budget totale di intervento di 46 miliardi di euro viene poi attuato in concreto attraverso l’utilizzazione di 4 Fondi Strutturali:

1. FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale), che mira a promuovere la coesione economica e sociale attraverso la correzione dei principali squilibri regionali e la partecipazione allo sviluppo e alla riconversione delle regioni, garantendo al tempo stesso una sinergia con gli interventi degli altri Fondi strutturali;

2. FSE (Fondo Sociale Europeo), il quale sostiene le priorità della Commissione per quanto riguarda la necessità di potenziare la coesione sociale, aumentare la produttività e la competitività e favorire la crescita economica e lo sviluppo sostenibile. In tale contesto, il FSE si prefigge di contribuire al potenziamento della coesione economica e sociale, migliorando i livelli e le possibilità di occupazione.

3. SFOP (Strumento Finanziario di Orientamento della Pesca), che mira a contribuire al conseguimento degli obiettivi della politica comune della pesca tramite interventi strutturali.

4. FEOGA (Fondo Europeo Agricolo/sezioni Orientamento e Garanzia), che è lo strumento finanziario della politica di sviluppo rurale.

I programmi di finanziamento stabiliti dai fondi vengono utilizzati attraverso 7 Programmi Operativi Regionali (POR, uno per ognuna delle Regioni ad Obiettivo 1, ovvero Sicilia, Sardegna, Molise, Calabria, Basilicata, Campania e Puglia) e 7 Programmi Operativi Nazionali (PON, per i seguenti settori di intervento: Pesca, Ricerca, Scuola per lo Sviluppo, Sicurezza, Sviluppo, Trasporti, Assistenza Tecnica e Azioni di Sistema) gestiti dalle amministrazioni centrali. Sono questi programmi che in concreto impegnano e spendono le risorse complessive (che, lo ricordiamo ancora, ammontano a 46 mld di euro) messe a disposizione dall’UE.

Lo studio effettuato dalla Ragioneria dello Stato indica, con delle tabelle, gli stati di attuazione finanziaria suddivisi per Assi di intervento, per Fondi e per Programmi Operativi (Regionali e Nazionali).

Per ognuna delle voci abbiamo cinque colonne di riferimento:

Nella prima è riportato il contributo totale dei finanziamenti messi a disposizione dalla Unione europea.
Nella seconda è riportato il budget impegnato in valore assoluto (cioè il costo complessivo dei progetti approvati).
Nella terza è riportata la somma di denaro già pagata dalla Unione europea (cioè quanto si è speso effettivamente, ovvero quanta parte della spesa impegnata è stata effettivamente già pagata).
Nella quarta è riportato il budget impegnato in valore percentuale rispetto al contributo totale.
Nella quinta è riportata la somma di denaro pagata in valore percentuale rispetto al contributo totale.

6. L’attuazione finanziaria del QCS Obiettivo 1 nel periodo 2000 - 2006

Dopo aver fatto queste necessarie premesse, andiamo a fare alcune considerazioni guardando ai dati.






Come si può vedere, il livello di attuazione complessivo - al 31/08/2007 - degli interventi comunitari nel Mezzogiorno è pari al 69,3% degli stanziamenti complessivi. In altre parole, nelle aree dell’Obiettivo 1 risultano essere stati spesi quasi 32 mld di euro, a fronte dei circa 45,7 mld di euro impegnati (il 99,4 % dell’intero budget messo a disposizione dal QCS).

Resterebbero quindi da spendere, sulla base del già enunciato principio dell’”n+2”, entro il 31 dicembre 2008 (data limite per l’erogazione dei fondi impegnati) circa 14 mld di euro.

Tra gli Assi Prioritari di intervento del Quadro Comunitario di Sostegno quello che manifesta la migliore performance attuativa è l’asse 6 “Reti e nodi di servizio” con pagamenti per oltre 7,7 mld di euro che rappresentano il 79,8 % del relativo contributo totale 2000-2006.

I PON, al 31/08/2007, hanno effettuato pagamenti per 11,8 mld di euro, ovvero 83,7% del contributo totale, mentre i programmi a titolarità regionale (POR) superano i 20 mld di euro spesa, pari al 63% della cifra totale a disposizione per il periodo di programmazione 2000 - 2006.

C’è da dire che i POR hanno comunque impegnato solo il 92,9% del totale delle somme a disposizione. Questo significa che circa 2,5 mld di euro sono stati perduti dalle 7 regioni del Mezzogiorno. In particolare il Molise e la Basilicata si segnalano in positivo per l’ottima performance sull’impegno di somme e anche per la spesa (primo il Molise con pagamenti pari al 78,7% del contributo totale, seguito dalla Basilicata al 68,6%), mentre la maglia nera della spesa va alla Sicilia (57,8%) seguita dalla Puglia (61,8%).

7. QCS obiettivo 1: attuazione finanziaria della Regione Campania per intervento al 31/08/2007





Come abbiamo visto, una delle tabelle incluse nello studio della Ragioneria dello Stato illustra l’attuazione finanziaria per i Programmi Operativi ed evidenzia chiaramente lo stato della spesa nelle varie regioni.

A questi dati ha fatto riferimento il Ministro Bersani che sollecitava le Regioni del Sud a spendere bene e velocemente i fondi a loro assegnati dalla Unione Europea per gli anni 2000 - 2006.

Sia Isaia Sales, che il dirigente della Regione Carlo Neri, nel rispondere agli attacchi ricevuti per non essersi attivati per raggiungere livelli di spesa più alti non hanno preso in considerazione questi dati che, invece, sono l’unico autorevole strumento per conoscere la situazione della spesa e dell’utilizzo dei fondi europei per lo sviluppo.

La tabella indica che la Regione Campania ha impegnato l’89,2% dei finanziamenti assegnati. Ha quindi lasciato inutilizzati circa 830 milioni di euro. Un’altra indicazione preziosa è che ad oggi sono stati spesi solo il 62,9% dei fondi disponibili, significa che entro e non oltre il prossimo anno dovrà spendere più di 2 mld di euro! Altrimenti, accanto alla cifra considerevole già perduta, verranno aggiunti altri finanziamenti non utilizzati.

A questo denaro si riferiva il Ministro Bersani nel sollecitare le Regioni Meridionali nello spendere i fondi loro assegnati.

Di fronte a queste considerazioni le risposte di Neri e Sales appaiono non fondate su certezze, ma supportate solo da posizioni strumentali in difesa della Giunta Regionale presieduta da Bassolino.

Esiste ad oggi un dato incontrovertibile: la Regione Campania, alla data attuale, non ha utilizzato circa 830 milioni di euro che le erano stati assegnati dall’Unione Europea.

Se la Regione riuscirà a spendere in un anno 2 mld di euro, il danno sarà ridotto al solo al denaro già perso e contabilizzato dalla Ragioneria Generale dello Stato e dalla Commissione Europea.

Nel frattempo come abbiamo visto è partito il nuovo programma di aiuti per il periodo 2007 – 2013, del quale si sa ben poco nella nostra Regione. Ancora una volta, le certezze sono che, per quanto riguarda l’anno in corso, non verranno spesi soldi sul nuovo programma, mentre non si hanno notizie sul bilancio del prossimo anno.

La preoccupazione di Bersani appare legittima, vista la evidente difficoltà di programmazione della spesa della Regione Campania che si posiziona al terzultimo posto tra le regioni del Sud, migliore solo della Sicilia e della Puglia.

È utile ricordare che i benefici che si possono ottenere dai finanziamenti europei possono essere maggiori se i fondi sono spesi nei tempi previsti dalla programmazione. Se i tempi si allungano, l’impatto sociale, economico e culturale del Piano Operativo Regionale, diminuisce ed i risultati sulla crescita sono inferiori a quelli attesi.

In Campania, dal 1989 si sono succeduti ben 5 Presidenti: Antonio Fantini, Giovanni Grasso, Antonio Rastrelli, Andrea Losco, Antonio Bassolino. Nessuno di loro è riuscito a portare a casa il risultato di impegnare e spendere l’intera somma dei finanziamenti assegnati.

Anche nel periodo precedente, dal 1994 al 1999 non furono spesi tutti i fondi assegnati. Allora fu raggiunta la percentuale dell’84,1% del totale assegnato, grazie soprattutto alla possibilità che il Ministro del Tesoro Ciampi, offrì alle Regioni Meridionali di utilizzare i progetti sponda, una particolare triangolazione con le misure nazionali di competenza del CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica), che permise l’utilizzo di consistenti parti di finanziamenti europei, che altrimenti sarebbero andati perduti.

Basta però guardare gli indicatori della crescita della nostra Regione per misurare lo scarso impatto sullo sviluppo che hanno registrato gli investimenti europei.

8. La Campania e i progetti sponda

C’è quindi da domandarsi, arrivati a questo punto, se i soldi impegnati o spesi dalla Regione sono il risultato di un’attività politica accorta e di una attenta programmazione. In realtà, le cifre relative ai Fondi Strutturali europei dicono che la Campania ha fatto ancora una volta un ricorso massiccio ai cosiddetti “progetti sponda”, vale a dire a progetti già finanziati e realizzati negli anni passati, che sono stati, per così dire, ripescati.

Con quest’artificio contabile la Regione si è messa al riparo dalle sanzioni che la Commissione europea adotta nei casi in cui le risorse europee sono poco utilizzate dagli enti pubblici destinatari. La più pesante delle conseguenze, per un ente assegnatario dei fondi strutturali il quale impegna e spende poco le somme assegnate, è il cosiddetto disimpegno, cioè la revoca dei fondi non utilizzati e la loro destinazione ad altre Regioni d’Europa che invece si sono comportate meglio, impegnando e spendendo per tempo una percentuale più consistente di quelle stesse risorse.

Quella dei progetti sponda è comunque una procedura che sotto il profilo economico presenta scarsi aspetti positivi e molti aspetti negativi.

I “progetti coerenti” sono peraltro legittimi purché siano davvero “coerenti” con gli obiettivi. Ma scorrendo l'elenco dei finanziamenti indicati come “coerenti” dalla Campania nella cosiddetta “fase 2” è possibile nutrire qualche dubbio. Non solo le iniziative sono moltissime, segno di frammentarietà d'azione, ma la lista contiene microinterventi che vanno dall'acquisto di una stampante alla riparazione di un marciapiede, come se la preoccupazione dell'ente fosse stata quella di raggiungere in ogni modo il tetto di spesa necessario per ottenere la premialità.

L’aspetto positivo sta nel fatto che, evitando la sanzione del disimpegno, la Campania è come se mettesse in un salvadanaio una quota consistente dei fondi strutturali in attesa che nuovi progetti già avviati arrivino a maturazione e possano essere finanziati con le somme accantonate.

Le conseguenze negative di quest’artificio contabile sono tuttavia preponderanti. In primo luogo, l’impatto economico dei progetti sponda è quasi irrilevante. Trattandosi di spese in gran parte già realizzate negli anni scorsi, i progetti sponda non apportano oggi alcun beneficio sensibile all’economia locale: i loro effetti sull’occupazione, sulla crescita del prodotto, sul miglioramento del contesto territoriale, si sono, infatti, per lo più già esauriti nel tempo.

Quest’aspetto è particolarmente rilevante nella situazione attuale: l’economia della Campania attraversa, infatti, un periodo di stagnazione, avrebbe quindi bisogno che gli investimenti economici l’aiutino ad uscir fuori dall’impasse in cui si trova e non si disperdano invece in mille rivoli. Il ricorso ai progetti sponda non incide sulla congiuntura attuale. Al più rappresenta una promessa che in futuro la Regione realizzerà altri progetti d’infrastrutture, pagherà altri incentivi alle imprese che intendono realizzare nuovi investimenti o favorirà negli anni a venire un aumento della produzione e dell’occupazione.

In secondo luogo, il ricorso ai progetti sponda è un indizio di parziale inadempienza della programmazione dei Fondi Strutturali: dice che la Regione, pur avendo a disposizione notevoli somme da impegnare e da spendere, in sette anni, dal 2000 al 2006, non ha fatto in tempo ad utilizzarle e si ripromette di farlo in seguito.

Non sono ben chiari i motivi di questa mediocre performance della programmazione regionale. Sarebbe bene che gli organi di governo e il Consiglio regionale avviassero una riflessione meditata sull’argomento, uscendo dalla facile propaganda finora usata dagli schieramenti politici contrapposti, divisi tra i sostenitori della Giunta pronti a giustificare e ad esaltare la programmazione in atto e i detrattori i quali dichiarano un giorno sì e l'altro pure il suo fallimento.

Ad un osservatore esterno tra i motivi principali del flop dei fondi strutturali in Campania paiono esservi alcuni difetti che si sono cumulati in questi sette anni: l’ambizione di disegnare progetti cosiddetti integrati, in cui erano presenti molteplici obiettivi di sviluppo locale, che coinvolgevano simultaneamente più soggetti e più attività; le procedure di esame e di approvazione dei singoli interventi, decisamente complicate e tortuose; la scarsa presenza tra i responsabili delle misure da realizzare di personale tecnicamente qualificato, specie di analisti economici.

In terzo luogo, la procedura contabile dei progetti sponda rischia d’essere ripetuta ancora in seguito. L’esperienza fatta in Campania mostra, infatti, che questo espediente è un vizio ricorrente. Come abbiamo visto fu già utilizzato per i fondi attribuiti alla Regione negli anni 1993-1999; è stato reiterato per i fondi assegnati alla Campania negli anni successivi, dal 2000 al 2006, rischia d’essere applicato ancora ai fondi del successivo settennio di programmazione, negli anni 2007 - 2013.

Si può dire insomma che i progetti sponda ne chiamano altri ancora, a meno che non si provveda per il futuro, ragionando su politiche di intervento ben fondate e realisticamente attuabili.

Per il 2007 - 2013 però alcune cose dovrebbero cambiare. In particolare la Commissione europea si è impegnata a rendere pubblici gli elenchi dei soggetti finanziati. Il che, ci si augura, costringerà forse gli enti utilizzatori delle risorse a una maggiore “coerenza”.

9. Il dossier della London School of Economics e della Vision & Value

Una ricerca durata 3 anni, lunga mille pagine e commissionata dal Governo Italiano, condotta da un team di economisti della London School of Economics e dalla società di consulenza Vision & Value è stata presentata nei giorni scorsi a Roma presso la sede del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro). Tale studio ha lo scopo di valutare l’impatto che il Quadro Comunitario di Sostegno (QCS) 2000 - 2006 ha avuto sulle dinamiche di sviluppo delle Regioni del Mezzogiorno d’Italia.


Gli esiti sono impietosi: la ricerca afferma che, nonostante l’attuazione del QCS, quasi nulla è cambiato.


Il PIL ha viaggiato a rilento, il turismo è arretrato quanto a giorni medi di presenza di turisti; l’occupazione si è innalzata di poco. Tutti indicatori lontani dagli obiettivi fissati e dalle medie calcolate, da quelle meridionali a quelle europee.


Gli obiettivi fissati dal QCS non sono stati raggiunti in quanto, si legge, non sono diventati ancora elementi centrali nell’agenda politica delle amministrazioni locali. Queste, non avendo obiettivi precisi, hanno disperso i fondi comunitari in mille rivoli, finanziando spesso opere poco utili.


In sei anni sono stati spesi 32 miliardi di euro, ma i risultati sono zero. Si tratta di una cifra di circa 2 volte e mezzo più grande della manovra sul Welfare, che il 20 ottobre ha portato in piazza circa 1 milione di persone.


L’immagine che viene fuori è quella di una sostanziale “autarchia” del Meridione d’Italia, spiega Francesco Grillo di Vision & Value, uno dei ricercatori che ha lavorato al progetto.


Il Sud appare “tagliato fuori dalla globalizzazione”, completamente chiuso ai flussi degli investimenti, almeno a livello legale. “Per il livello illegale il discorso”, afferma il dottor Grillo, “e’ ben diverso, ma non rientra tra gli oggetti della ricerca”. E che fine hanno fatto quella montagna di soldi? “Dispersi in mille rivoli, in interventi che non hanno spesso la massa critica per raggiungere i risultati attesi o non li hanno prodotti affatto, conseguenza di processi che sono gestiti quasi esclusivamente dalle amministrazioni pubbliche”.


Grillo, quindi, richiama “il vecchio tema dell’arretratezza del Sud“. “E’ vero, talmente vero che vengono a studiarci da tutto il Mondo. Un divario inscalfibile da 150 anni che rappresenta un caso unico a livello planetario. Peraltro, la situazione non è la stessa per tutte le regioni e forse non è corretto parlare del Mezzogiorno come di un unico blocco, perché le istituzioni non sono tutte uguali. Penso alla Basilicata o ad alcuni distretti della Campania o della Puglia”.


Grillo quindi passa ai numeri, cominciando da “l’indicatore principe”, come scrivono gli estensori della ricerca nelle loro conclusioni: il tasso di crescita reale (ovvero al netto dell’inflazione) del prodotto interno lordo. L’obiettivo, aggiornato nel 2004, era del 3,9%. Il risultato neppure un terzo, 1,23%. Lontano anche dall’1,96% della media della UE, ma almeno in linea con il fiacco 1,24% fatto registrare nello stesso periodo dalle regioni del Centro Nord. “La musica - prosegue Grillo - non cambia guardando altri dati. Il tasso di occupazione, ad esempio”.


Nelle regioni obiettivo 1, quelle destinatarie dei fondi strutturali - Campania, Puglia, Abruzzo, Molise, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna – il tasso di occupazione e’ passato dal 43,0% del 1999 al 45,9% del 2006. Solo che nel frattempo – afferma ancora Grillo - nel Centro Nord è cresciuta, senza i fondi strutturali, quasi il doppio, passando dal 59,4% al 65%.


Proprio la situazione del mondo del lavoro esce in modo particolarmente sconfortante dalla ricerca. La somma di occupati e disoccupati in cerca di lavoro, in termini statistici, si chiama “tasso di partecipazione al mondo del lavoro”. Erano il 53,9% della popolazione all’inizio del millennio e adesso sono ancora meno, il 52,6%. La media italiana è del 63%.


E il lavoro nero, storica piaga sociale del Sud? “Peggiorato anche quello. Il lavoro irregolare - riferisce ancora Grillo - era 23,1% all’inizio del periodo e adesso è il 23,7%. La risposta classica sarebbe quella di stimolare gli investimenti produttivi. In altri luoghi, dall’Irlanda alla Spagna, la ricetta ha funzionato. Da noi, no. La capacità di attrarre investimenti esteri è semplicemente ridicola”. “Gli investimenti dall’estero nel Sud Italia sono migliorati, ma – sottolinea - sommando quelli fatti nelle regioni esaminate il totale non arriva a quello della sola Umbria, non certo una delle aree più dinamiche del Paese, ed è circa un ventesimo di una regione come il Piemonte”.


Si potrebbe allora puntare sul turismo, si sono detti a decine amministratori locali e funzionari ministeriali. Chilometri e chilometri di coste, il mare più bello del mondo, città splendide e località note da secoli per la loro bellezza. Niente da fare! “Il turismo si conferma la più clamorosa occasione mancata dal Mezzogiorno negli ultimi sei anni”, sta scritto nelle conclusioni della ricerca. Quattro miliardi di investimenti destinati a questa voce, per un incremento delle presenze dei turisti pari al 2,5% all’anno. In termini di presenze turistiche registra la metà del resto d’Italia mentre in Francia o in Spagna l’incremento è quattro volte tale. Dunque, che fine ha fatto la montagna di soldi pari a 32 mld di euro? Ogni tanto qualcuno se lo chiede e le risposte certamente non sono confortanti.

Turismo significa attrarre una clientela sul territorio e valorizzare il marchio di una regione. Ma attualmente non si sa i turisti da dove vengano, che gusti hanno e cosa vogliono. Nulla conosciamo dei nostri potenziali clienti. Ancora più importante, nulla si sa sui nostri competitor, chi sono e cosa fanno.

Quali altri suggerimenti si potrebbero dare alla Regione Campania in vista della prossima programmazione 2007 - 2013?

Non disperdere i fondi e concentrare le iniziative su pochi fronti, primo tra tutti la questione sicurezza, che anche se non può far riferimento diretto ai fondi comunitari, può comunque riferirsi ad altre fonti.

Altre iniziative dovranno essere prese nella capacità di attrarre investimenti e infine per ridimensionare il ruolo che ha la Pubblica Amministrazione nella selezione dei progetti da finanziare che produce una distribuzione degli incentivi “a pioggia”, selezionando degli operatori specializzati nella identificazione di business ideas in grado di distinguersi in un contesto globale.

Incentivare infine, le Università delle regioni ad Obiettivo 1 ad acquisire come partner delle imprese multinazionali. Queste sono alcune delle conclusioni della ricerca.

10. Considerazioni finali

Il Ministro per la Riforma della Pubblica Amministrazione, Luigi Nicolais ha affermato, in una recente intervista a proposito dell’operato della Regione Campania: «Dire che i fondi europei sono sostitutivi è un alibi. E non focalizzare gli interventi è sbagliato. Forse Sales ha bisogno di una mano».

Per quanto riguarda i Fondi Strutturali, le dichiarazioni di Nicolais seguono di pochi giorni quelle di un altro Ministro, Luigi Bersani, che intervenendo alla Camera dei Deputati, ha richiamato l’attenzione sul mancato utilizzo di oltre 1/3 dei fondi complessivamente messi a disposizione della nostra Regione per il periodo 2000 - 2006. Sono numeri che parlano da soli e non è certo un caso che il Governo Nazionale richiami l’attenzione su questi dati, i quali dimostrano che la spesa dei fondi comunitari è stata improduttiva sia per la quantità che per la qualità.

L’accusa che rivolgiamo al Governo regionale è relativa alla mancata crescita della Campania, alla mancanza di opere infrastrutturali reali, all’utilizzo dei progetti sponda per coprire il fallimento della programmazione dell’Agenda 2000 - 2006 e della concertazione-farsa attuata con i sindacati e gli enti locali.

Si sta sostanzialmente utilizzando questa enorme quantità di soldi con la stessa filosofia con cui, per anni, sono stati usati i finanziamenti per la Cassa per il Mezzogiorno: denaro a pioggia, che serve solo ad una politica “piccola”, senza disegni progettuali di ampio respiro e che sappia ragionare in termini di sviluppo e competitività a livello internazionale.

Tornando all’intervista, anche il Ministro Nicolais sottolinea che strumenti come i Pit (Progettazione Integrata Territoriale: insieme di azioni intersettoriali, strettamente coerenti e collegate tra di loro, che convergono verso il conseguimento di un comune obiettivo di sviluppo del territorio) sono completamente falliti, perché utilizzati non per lo sviluppo strategico, ma per la manutenzione ordinaria di strade e piazze. Il governo di centrosinistra finora non ha avuto la capacità di sfruttare le risorse messe a disposizione dall’Unione Europea.

Riteniamo che le categorie produttive e le parti sociali della Campania devono, realmente e necessariamente, essere coinvolte nelle scelte che riguardano i progetti da elaborare per l’utilizzo delle risorse 2007 - 2013. Questo aspetto, finora sottovalutato dalla Giunta Regionale della Campania, è prioritario per invertire una tendenza negativa nell’utilizzo dei Fondi UE che rappresentano uno strumento indispensabile per lo sviluppo sociale e produttivo della Campania.

Non è possibile pensare di andare avanti senza stimolare adeguatamente la società e l’imprenditoria locale all’azione. Deve essere una volontà comune quella di crescere ed utilizzare gli strumenti di crescita per proiettarsi sui mercati internazionali.

Ammettere le difficoltà nella spesa significa tentare di modificare le procedure complicate che presiedono alla erogazione dei fondi, significa sconfiggere la pratica della gestione politica dei finanziamenti, significa avere una visione unificante del percorso dello sviluppo regionale tale da rendere coerente con i bisogni dei cittadini gli investimenti e lo sviluppo.

L’amarezza delle polemiche in corso e che non si notano inversioni di tendenza, si parla senza cognizione di causa, la scarsa conoscenza è una caratteristica dei nostri dirigenti , occorre un cambiamento di marcia reale, forte e convinto per concorrere all’utilizzo delle ingenti somme messe a disposizione dalla Unione Europea secondo un percorso di sviluppo reale, sostenibile e condiviso dai cittadini.

Centro Culturale VivaCampaniaViva
Luigi Esposito


2 commenti:

Anonimo ha detto...

un analisi impeccabile non c'è che dire complimeti a voi...no alla regione campania!!

Aldo ha detto...

Il caso del Sud non e' unico al mondo. E' un caso comune a tante zone povere e arretrate che non hanno citta' dinamiche e produttive.
Ad esempio, Napoli e' stata ricca e produttiva sotto gli Angioini. Pero' i governanti di questo paese non hanno mai preso la questione di petto e hanno preferito buttare via centinaia di miliardi di Euro (nel corso degli ultimi decenni), senza risolvere nulla perche' il Sud permetteva di comprare i voti, e quindi il potere dei politici.